23 novembre 2006

November 24, 2006

Edit: Questo è quello che ho fatto ieri, durante le ore di seminario. Invece di prendere appunti…
Non so neanche come mi sia venuto in mente di metterlo qui, sul blog, ma così è! Avevo pensato anche di scrivere tutti i titoli delle canzoni che ho riportato, ma alla fine ho pensato che se qualcuno passerà di qui potrà divertirsi ad indovinare i titoli… quindi yeah, se qualcuno passa da ’ste parti e conosce qualcuna di queste canzoni… lasciasse un commento! Il premio del “gioco”? Sorry, nessuno! ghghgh!

JPII Jammin’ Festival

November 18, 2006

Angelo e Claudia
nella direzione artistica
del John Paul II Jammin’ Festival 2007

John Paul II Jammin’ Festival

No Need

November 15, 2006

Tempo ci ho messo ma alla fine l’ho capito.

Non hai bisogno di me.

Le cose da dire

November 12, 2006

Le cose da dire sarebbero mille. Ma non si può dire tutto, no?
Ok, ammettiamolo. Saltare il pranzo non è stata una grande idea. Il punto è che adesso muoio di fame ma non posso neanche lamentarmi… alla fine è stata colpa mia se non ho voluto mangiare.
Poi bisogna dire che passare il pomeriggio a riguardare gli episodi di un telefilm non è il modo più intelligente di spendere la domenica, considerando che domani ricomincia la settimana e le cose da fare non sono certo poche. Infatti ho deliberato che dopo questo post mi metterò all’opera.
Tra le altre cose FORSE mi hanno fissato un pre-appello. Domani vado a prendere i libri e comincio a studiare. Quando? Non lo so, ma questi son dettagli.
Inoltre bisogna ricordare che non è una cosa bella quando una canzone ti si ficca in testa e va in loop per più di cinque giorni. Soprattutto quando si tratta di una canzone relativamente “vecchia” che si conosceva da un pezzo ma che solo ora ha prepotentemente piantato le radici nella nostra testa.

E in tutto ciò vorrei sapere come faccio a sopravvivere all’inizio di un’altra settimana intensissima se sono tre giorni che non dormo.

Quante cose avrei da dire… e quante altre vorrei sentirmi dire…

La mia vita sarebbe totalmente diversa se fossi una persona sana. Sono le 5 del pomeriggio, c’è un sole splendido fuori! Appunto, fuori. Fuori da queste 4 mura.
Vorrei tanto andare a fare una passeggiata al centro, correre su per i gradini di piazza di Spagna. Arrivare sino in cima, per vedere cosa si prova. O semplicemente prendere l’autobus da sola, passeggiare da sola e respirare, finalmente respirare! Respirare la vita, la vita vera. Così che ogni attimo abbia un senso. E’ terribile non trovare una ragione, smettere di sperare e augurarti che il tuo cuore smetta finalmente di battere. Vivere anche solo un giorno, ma che sia degno di un’esistenza reale. Dio o il destino ha deciso che dovessi nascere “disturbata” da una paralisi celebrare che per fortuna (è assurdo, ma per certi versi è una fortuna) ha colpito solo i miei arti inferiori.
Infatti tutti mi dicono “dai, Gra, non ti lamentare, esistono realtà molto più gravi”. Lo so, infatti esistono prigioni differenti, molto più buie.
Adesso parlo di me, parlo della mia libertà che non esiste. Non sono uguale alle altre ragazze, no!
Ho 24 anni, ma a volte me ne sento solo 14, 15. Non per la mia intelligenza o sensibilità, modestia a parte molto superiori alla media, vorrei non averla questa intelligenza così mi potrei illudere o convincere di essere uguale alle mie coetanee.
Mi manca la mobilità. L’autonomia, mi manca la vita. Odio sentirmi al centro dell’attenzione per il mio modo di camminare. O notare lo sguardo di una persona che muta quando si accorge di come cammino. Un episodio che mi è accaduto poco fa chiarià ciò che voglio dire.
Mi trovavo in un pub dove fanno karaoke e disco dance. Ero seduta sulla panca e mi si avvicina un gruppo di ragazzi (non si erano accorti dalla mia disabilità), ce n’era uno che non mi toglieva gli occhi di dosso. Era molto carino, insisteva a farmi ballare, ma proprio tanto, avrà pensato che me la tiro troppo, poiché non è riuscito a convincermi. Dopo che ho cantato mi ha detto “sembri un angelo, balla con me”. Gli ho detto che mi faceva male la gamba e non ci ha creduto. Mi disse “è soltanto una scusa per non dirmi di si”. Il caso ha voluto che andasse via prima di me.
Per una sera sono stata normale, non mi sentivo inadeguata, inopportuna, goffa. Anche se non lo conoscevo, non volevo vedere il suo sguardo cambiare.
Vi era malizia, voglia di me, sarebbe divenuto delusione e dispiacere.
Non l’ho fatto perché mi vergogno, ma solo per vedere come ci si sentiva ad essere normali al primo impatto. Dico al primo impatto perché mi sono sentita normale in altre situazioni anche con la mia disabilità.
Ho avuto una storia splendida di 5 anni dov’ero una principessa e i suoi occhi mi facevano bellissima: a volte me lo ripeteva per ore quanto ero bella e quanto fosse innamorato anche dei miei difetti… tutto però ha un inizio e una fine.
E’ difficile però innamorarsi di una persona disabile. Ci vuole tempo per colmare il peso delle apparenze e andare al di là. Ed è faticoso anche per un portatore di handicap, vedere innamorato il proprio compagno/a. Nel senso che ti pare impossibile che qualcuno accetti i tuoi limiti, perché a te per prima danno fastidio, così ogni litigio ti sembra aver fonte dai tuoi problemi anche quando non è così. Ultimamente mi capita invece il contrario: allontano io le persone, perché credo meritino di più di un peso. So che non è così quando si ama, davvero! Forse questo è legato a delle vicende personali che hanno intaccato il mio essere.
Ma amare significa anche annullarsi per dare… per dare la libertà che mi è stata negata.
E’ un concetto non così semplice da comprendere. Ma per la maggior parte delle persone e la società siamo solo dei poveri sfortunati. Per cui tutto è una continua lotta. Tutti devono fare dei sacrifici per ottenere ciò che vogliono. Ma per i portatori di handicap questi si raddoppiano e, in certe situazioni, si triplicano.
Nella vita di ogni giorno, con noi stessi, con gli altri. Ad esempio, guidare è semplicissimo per chiunque. Non per noi. Alcuni purtroppo non possono neanche pensarci minimamente avendo una patologia che non lo consente. Per gli altri, come me, vi è tutto un percorso psicologico da seguire, sin da bambina sei più fragile, da proteggere, considerata come un soggetto da preservare. Indubbiamente lo sei. Guardi gli altri bambini correre, cerchi di farlo a tuo modo.
Ma non sei come loro, sei lenta, perdi l’equilibrio, un equilibrio che non hai, che ti manca anche adesso che sei una donna, non in una corsa qualsiasi ma in quella della vita. E’ come se dovessi dimostrare agli altri di potercela fare, magari ti ci vuole un po’ più di tempo ma ce la fai, ad avere quel puntino d’indipendenza.
Avrò la mia macchina, avrò un lavoro, magari avrò nuovamente qualcuno da amare. Ma per il momento preferisco la solitudine, adoro i miei spazi, la mia camera, il mio mondo.
Forse li adoro solo perché non posso avere il sole, l’aria in libertà. Perché non posso indossare gli stivali coi tacchi a spillo e ballare per tutta la notte. Le ali mi spuntano solo nei miei posti sicuri. In camera mia volo coi pensieri, canto, ballo…
Vorrei che, anche solo per un giorno, tutto il mondo si capovolgesse, che fosse tutto semplice per noi portatori di handicap e un incubo per gli altri. Sarebbe bello osservare le reazioni di coloro che ci dicono di accontentarci di quello che abbiamo. Non credo proprio che loro si accontenterebbero volentieri di uscire solo quando qualcuno decide che può accompagnarti. Adeguarsi agli orari, alle regole altrui. Forse solo così capirebbero cosa si prova, cosa si prova a dipendere da qualcuno per ogni cosa.
Purtroppo certe persone, come dicevo prima, sono rinchiuse in trappole molto più oscure.
Essere imboccati, lavati, vestiti, legati ad una sedia per non cadere.
Questa è libertà? No! Tutto ricade poi sul corpo, sulla mente che è circondata da questi paletti.
Chi ci ridarà quello che non abbiamo mai avuto e che non potremmo mai avere? Essere alla pari e non solo dinnanzi al tuo specchio, per i tuoi occhi, ma per l’intero universo?
Nessuno, nessuno potrà darci ciò che la vita ci ha tolto ancora prima che nascessimo; la parola, l’udito, la vista, l’inabilità in ogni sua forma. C’è chi non ha mai ascoltato una canzone, una voce, un suono. Chi non ha mai potuto guardare negli occhi, se stesso, il suo amore, sua madre. Chi non potrà mai sciare, o semplicemente fare un passo. Chi inerte nel proprio dolore non sa che fare. Come continuare ad abbracciare la sua Croce! Le ore, i giorni, gli anni passano e tutto va via. Tu non riesci, non ce la fai più a lottare! Vorresti solo addormentarti e svegliarti solo quando tutto sarà cambiato.
L’energia ti manca, le tue palpebre non vogliono aprirsi, e la luce del giorno ti dà quasi fastidio, ogni cosa non ha valore se non puoi svincolarti da queste catene impossibili. Stando in stretto contatto con la sofferenza, ti poni delle domande, cerchi una risposta a infiniti perché. Gesù ha abbracciato la sua Croce, ha sopportato tutte quelle angustie, poiché vi era un disegno che annunciava ciò.
Nessuno in questa vita ci ridarà ciò che abbiamo perduto, ma se ne esiste un’altra: il cieco potrà vedere il sole, il sordo udrà tutti i suoni più magici, chi non ha parole canterà. Ed io mi farò una corsa da perdere il fiato!
Tra le tribolazioni anche noi, quando l’ansia non ci blocca, riusciamo a vivere. Io ho la musica, la mia voce mi permette di sentirmi un’acquila forte e soprattutto libera.
Spero che ognuno abbia un’ancora a cui aggrapparsi.

I wanna fly


Testo: Graziella Saverino, “La libertà è un diritto di tutti?”, Università degli studi di Roma “La Sapienza”
Pic: GettyImages